Questioni di genere e migrazione PDF Stampa E-mail

1. Il lavoro dell’Associazione Frantz Fanon
Nel 1999 l’Associazione Frantz Fanon ha promosso in collaborazione con il Comune di Torino un progetto di supporto psico-sociale per donne straniere in difficoltà, il cui percorso migratorio era stato segnato da violenza, sfruttamento e abuso. In quegli anni si sentiva forte l’esigenza di fornire a queste donne una forma di aiuto che garantisse un sostegno giuridico e sociale (permesso di soggiorno, casa e lavoro) e offrire uno spazio di ascolto all’interno del quale la sofferenza attuale e le passate esperienze potessero trovare un'adeguata opportunità di analisi e rielaborazione.
Erano ancora poche a quel tempo le donne seguite: nigeriane, in prevalenza, albanesi, qualche donna rumena… Appariva già allora evidente che il fenomeno era destinato a emergere e a mostrare le sue reali proporzioni. Dal 1999 ad oggi il progetto Freedom – così rinominato nel 2000 – ha seguito queste donne straniere, vittime della tratta e dello sfruttamento, vedendo spesso cambiare i loro profili, le loro nazionalità, le loro appartenenze culturali e sociali.

Il progetto si propone di promuovere strategie di reinserimento sociale per le donne che, denunciando gli sfruttatori, entrano nel programma di protezione previsto dalla legge. Il lavoro etnopsicologico si sviluppa all'interno di un contesto di rete ed ha come obiettivo l'accompagnamento delle donne lungo la difficile ed impagnativa transizione verso l'autonomia (un'autonomia che non di rado assume forme prescrittive e assunzioni di ruolo e responsabilità di tipo coercitivo). Da questo ultimo aspetto nasce l'esigenza di un lavoro parallelo di consulenza su casi e di supervisione metodologica con gli operatori coinvolti nella presa in carico, per un adeguamento dei loro obiettivi "educativi" e delle prescrizioni di legge alle reali esigenze e possibilità della persone. In non pochi casi, inoltre, l'intervento etnopsicologico con le donne si è definito in termini marcatamente terapeutici, per la natura traumatica delle esperienze vissute e per le contraddizioni legate all'esperienza della migrazione (contraddizioni nelle quali le ambiguità legislative del contesto "ospite" avevano in non pochi casi un peso rilevante).

Molte delle donne incontrate in questi anni hanno percorsi segnati da lunghi viaggi punteggiati di esperienze violente, dolorose, luttuose; dalla rinuncia a diventare madri o dall'abbandono dei propri figli nel paese d’origine; dalla fatica a a stare in progetti di "integrazione" che uniscono precarietà a prescrittività. Quasi tutte dimostrano con caparbietà la loro intenzione a portare a termine un progetto di reinsediamento, con un inserimento sociale positivo e uno sviluppo personale e familiare nel nuovo contesto.
Nel corso del lavoro consulenziale con gli operatori dei servizi, impegnati nei progetti di riabilitazione sociale, sono emerse domande ed interrogativi ricorrenti: cosa desiderano queste donne migranti per il loro futuro? Cosa chiedono alle istituzioni? Come interagisce il background sociale e culturale con il ruolo prescritto dalla società italiana? A partire da queste domande gli operatori dei servizi coinvolti hanno appreso a ridefinire le strategie e gli scopi stessi del loro lavoro: nel corso di questo processo, l'Associazione ha inteso offrire strumenti di riflessione e di ridefinizione delle categorie e degli obiettivi di lavoro adeguati ai nuovi bisogni che sono andati emergendo.

2. L'intervento del Centro Frantz Fanon
La relazione tra operatore e utente nel campo della clinica etnopsichiatrica obbliga il primo a una autoriflessione critica e originale relativamente alle teorie e alle categorie del suo sapere. Nel lavoro clinico con donne straniere provenienti da un percorso migratorio scandito da episodi di violenza e abuso, costrette alla prostituzione, mosse dal desiderio di cambiare le difficili condizioni della propria esistenza, sono emerse riflessioni inerenti all’espressione del loro disagio e del vissuto traumatico, ma anche la necessità di ripensare vincoli e appartenenze culturali, linguaggi della sofferenza, espressioni dell'autonomia.
Per ciò che concerne il lavoro clinico, è stato proprio a partire da alcune storie di giovani donne africane, dai loro vissuti di ‘smarrimento’ e di ‘confusione’, dagli ‘episodi di agitazione psicomotoria’ o di cosiddetto ‘delirio religioso’, che abbiamo sviluppato riflessioni utili sul senso della malattia e sulle più efficaci modalità di trattamento. Si sono verificati episodi definibili come 'eventi-sentinella': alcune donne immigrate, africane, provenienti dai Servizi di Pronto Soccorso o dai Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, venivano ad esempio inviate presso il Centro Fanon con la diagnosi più minacciosa: quella di schizofrenia. Al fine di promuovere delle strategie di presa in carico efficaci sotto il profilo diagnostico e contemporaneamente terapeutico, limitando l’effetto di quello che Arthur Kleinman ha definito “fallacia categoriale”, si è condotta un’analisi su questi peculiari idiomi della sofferenza (per esempio, sul culto di possessione di Mami Wata), sulle trasformazioni che la stessa esperienza migratoria ha contribuito ad introdurre in queste pratiche, e sulle strategie terapeutiche tradizionali.