Lavoro con i minori PDF Stampa E-mail

1. Il lavoro dell’Associazione Frantz Fanon
Le riflessioni che i membri dell’Associazione Frantz Fanon hanno sviluppato sul problema della migraizone minorile, del rischio di devianza e della loro esclusione sociale, hanno avuto come premessa la necessità di un ripensamento critico delle modalità di intervento (educative, oltre che cliniche e terapeutiche) di fronte alle nuove domande, ai nuovi bisogni, e alle problematiche espresse in particolare dai cosiddetti “minori stranieri non accompagnati”. Nella collaborazione realizzata ormai da anni con gli operatori dell’Ufficio Minori Stranieri, si è cercato di elaborare pratiche adeguate alla peculiarità di percorsi migratori generalmente faticosi, segnati dalla solitudine e dal disagio, dalla violenza, in alcuni casi propriamente traumatici. Due ci sembrano essere i punti chiave da sottolineare:

a) Il primo è inerente alla migrazione come “fatto sociale totale”, come ci ricorda Abdelmalek Sayad ("La doppia assenza", Raffaello Cortina, 2002). Ciò significa riconoscere al processo migratorio anche la capacità di svolgere una funzione specchio, rivelatrice tanto delle contraddizioni della società da cui si emigra quanto di quella ospite: contraddizioni che concernono la nuova configurazione degli stati-nazione, i controversi processi della globalizzazione, il prodursi di equilibri economici regionali autonomi, in competizione o in co-abitazione con quelli nazionali e internazionali (J. Comaroff & John L. Comaroff, “Millennial Capitalism: First Thoughts on a Second Coming”, Public Culture, 12, 1, 2000), gli assetti economici, la costruzione (o l’invenzione) di identità culturali, religiose, spesso de-territorializzate ma non meno forti. Le biografie dei ragazzi e delle ragazze incontrati ci sembrano illuminare con luce particolarmente cruda questi processi e queste contraddizioni, fra i quali domina la crisi del legame sociale e familiare.

b) Il secondo aspetto che s’impone riguarda invece il riconoscimento di un limite: quello di ridurre i problemi che la migrazione introduce nelle realtà del nostro o di altri paesi a puri fatti economici, sociali o demografici. Le storie di vita di questi ragazzi ci raccontano che c’è come un “resto” (di desideri, paure, progetti appena sussurrati di autonomia, solitudini, frustrazioni antiche, rabbia) di cui i servizi si fanno carico di rado, e quasi sempre con molta difficoltà. La prospettiva psicologica che riconduce queste difficoltà alla sola variabile dell’età evolutiva manca, da parte sua, altri profili non meno decisivi, altre memorie, rimaste per lo più inesplorate. Abdessalem Yahyaoui ("Toxicomanie et pratiques sociales", La Pensée Sauvage, 1992) scrive che l’integrazione psicologica è più difficile da realizzare per questi giovani proprio laddove essa chiama in causa processi complessi, per i quali abbiamo bisogno di strategie di analisi e di intervento rinnovate. Così, ad esempio, vivere sulla strada non aggiunge soltanto un’ennesima categoria sociologica al nostro orizzonte sociale: mostra inattese strategie di asserzione identitaria, in qualche caso di esercizio di potere, ciò che significa non guardare a queste figure soltanto nel segno della mancanza, del negativo, della fragilità.

Nell’insieme, i problemi dei minori stranieri, non diversamente da quelli di altri immigrati (in particolare i rifugiati, ma anche le donne), indicano anche i limiti di ciò che è stato definito da alcuni autori come il “feticismo della legge”: l’illusione cioè che le istituzioni e la “cultura della legalità” sulla quale si fondano i moderni stati-nazione abbiano in sé le risorse per rispondere ad ogni genere di conflitto e siano capaci di facilitare la negoziazione di contrasti altrimenti incommensurabili. Questa illusione si rivela, nella vita dei nostri interlocutori, nella forma del loro disagio, drammaticamente infondata: da qui la necessità forgiare una nuova epistemologia dell’ascolto, della cura, dell’intervento sociale.
L’Associazione ha in questi anni promosso diverse forme di collaborazione con enti locali e istituzioni internazionali allo scopo di realizzare azioni efficaci rivolte ai minori stranieri (Progetto "Una finestra sulla piazza", in collaborazione con il Comune di Torino – Ufficio Minori Stranieri; Progetto "Welcome to School - Refugee Children", in collaborazione con l’Università di Utrecht, all’interno di una rete europea di università e associazioni, grazie all’appoggio della Pharos Foundation).

2. Il lavoro del Centro Frantz Fanon
Uno degli obiettivi del Centro è rivolto ad accogliere domande di aiuto e di cura (talvolta espresse in modo confuso e contraddittorio) da parte di quei minori che hanno conosciuto esperienze di disagio e di miseria, di violenza e di precarietà. La priorità è quella di costruire percorsi individuali in grado di interrompere la spirale che spesso conduce alla riproduzione della violenza e della devianza, condannando coloro che raggiungono la maggiore età allo scacco dell’espulsione, al dramma del ritorno fallimentare, e spesso ad un nuovo, ripetuto tentativo di migrazione clandestina. Luoghi come Porta Palazzo (l’area a maggiore densità di cittadini stranieri, dove sorge il celebre mercato), o l’Istituto Penale Minorile Ferrante Aporti, nel quale la percentuale di detenuti stranieri è preponderante, sono di fatto facce di una stessa medaglia: spazi sociali, prima ancora che geografici, dove confluiscono e si forgiano identità spesso marginali, e storie dove la violenza subita si riproduce e si perpetua sotto il segno della micro-criminalità. Sono solo alcuni dei luoghi da dove provengono alcuni dei minori ai quali si rivolge l’intervento propriamente clinico del Centro. Il lavoro clinico prevede il supporto e la consulenza psicologica (individuale e di gruppo) ai minori stranieri non accompagnati. Inoltre si offre agli operatori (sia dei servizi pubblici sia delle associazioni private) una consulenza sui casi seguiti e un'attività di formazione continua.

Un’altra area d’intervento concerne invece i problemi scolastici dei minori stranieri, connessi ai problemi dell’apprendimento, a problemi familiari, a disturbi dello sviluppo psico-motorio. Il lavoro clinico prende sistematicamente in esame il gruppo familiare, le sue difficoltà, i suoi conflitti. Il lavoro con le famiglie permette solitamente una risoluzione dei disturbi del minore, ma il suo obiettivo è anche, esplicitamente, quello di mediare le relazioni spesso conflittuali caratterizzanti il rapporto fra famiglia e istituzioni (scuola, servizi di neuropsichiatria infantile, servizi sociali). Il Centro cerca a questo riguardo di costruire opportunità di negoziazione del significato della sofferenza (tanto del minore quanto della famiglia), delle interpretazioni degli operatori e di quelle, non meno importanti, offerte dalle famiglie e delle categorie culturali alle quali fanno spesso riferimento. In questo senso il lavoro svolto può essere definito medico-antropologico oltre che etnopsichiatrico. In numerosi casi questo lavoro è stato messo al servizio delle famiglie e dagli operatori anche quando l’interlocutore istituzionale era rappresentato dal Tribunale dei Minorenni (consulenze in processi di valutazione del grado di adeguatezza genitoriale, di affidamento o di adozione, ecc.)