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Cronaca del presidio MISSING THE MISSION 26 novembre 2013 PDF Stampa E-mail

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Cronaca del presidio MISSING THE MISSION 26 novembre 2013

Circa cinquanta persone si sono ritrovate martedì sera davanti agli studi RAI di Torino, in via Verdi 16. Nel via vai generale di dipendenti in entrata e in uscita dagli uffici, abbiamo atteso invano l'arrivo del pubblico coinvolto nella registrazione delle puntate di The Mission, il mondo che il mondo non vuole vedere (con i conduttori potenziali: i più accreditati al momento sembrano essere Michele Cucuzza e Rula Jebreal).
Da due settimane circa una giornalista RAI è impegnata nella "sensibilizzazione" delle Reti che si occupano a Torino di richiedenti asilo e rifugiati perché potessero offrire testimonianze, interviste e adesioni (per partecipare come pubblico al programma).
Questa richiesta non sembra aver ricevuto una risposta unanime dalle diverse realtà che operano sul territorio. Sebbene non possiamo escludere che qualcuno abbia risposto, sappiamo con certezza che i colleghi operanti all'interno delle associazioni del Comitato No the Mission e alcuni operatori del Comune di Torino hanno educatamente respinto al mittente l'invito.
Intorno alle 19,00 ci siamo spostati verso via San Massimo, dove stava arrivando il corteo degli studenti della Mensa occupata, che avevano manifestato alle 16,00 davanti alla Regione. I due gruppi si sono uniti davanti al Cinema Massimo, dove sono stati esposti alle persone e al pubblico presente per il Torino Film Festival i motivi del dissenso e della mobilitazione.

Perché non vogliamo vedere The Mission? Perché ci mobilitiamo 'prima' ...

1. Riteniamo che coloro (e sono tanti) che pensano prematuro parlare 'prima' di aver visto il programma, siano assuefatti a i principi di una cultura mass-mediatica quanto mai insidiosa. La cultura del telecomando – se non ti piace qualcosa cambia canale – che lascia la 'libertà' di girare gli occhi quando lo spettacolo è troppo disgustoso: non pochi amici e colleghi ne sono ahimè convinti. Suonerà fuori luogo in questo contesto evocare il 'prima' di cui Primo Levi denunciava l'imbarazzo e la ferita ne I sommersi e i salvati (Perché non siete scappati prima? "Prima di cosa" ... rispondeva Levi agli studenti che gli rivolgevano la feroce domanda). E ancora più improprio sembrerà qui ricordare che alcune donne congolesi, fuggite 'prima' di diventare vittime dirette delle violenze, hanno per questo ricevuto un diniego dalle nostre democrazie non potendo esibire un corpo ferito e dunque autenticamente 'credibile').
La domanda allora si pone: è possibile sentire – 'prima' che qualcosa accada, sia detto, sia mostrato – tutta la nostra responsabilità di dire e fare qualcosa? Possiamo affermare che 'dopo' sarà sempre troppo tardi? Che forse è già troppo tardi?
Siamo convinti che il programma non risulterà del tutto ripugnante. I suoi difensori saranno pronti domani a dire: "Vedete, tutto sommato non è stato totalmente indigesto". In questo hanno certo ragione, i nostri occhi sono ormai avvezzi a inghiottire ogni genere di idiozie, immagini, servizi, interviste, come stomaci da maiali.

2. Non c'è alcuna operazione inedita in questa ricerca e raccolta di fondi: di originale c'è solo l'orario (la prima serata), ma né il mezzo né l'uso dei volti noti: quasi sempre vip, o presunti tali, eroi ed eroine di un'ora per una buona causa (e Dio sa quanto abbiamo bisogno di buone cause oggi!).
Il programma ricalca strategie già impiegate altrove, le stesse di cui è saturo il mondo delle organizzazioni governative e non governative, non diversamente dal turismo 'equo e solidale' di cui parla Žižek quando usa l'espressione "capitalismo culturale".
Su qualunque sito umanitario si trovano esposti volti di bambini tristi o secondo i casi sorridenti e pieni di gratitudine; donne emaciate e stanche, uomini disperati accanto a qualche consumata star che diventa angelo, amico, padre o madre, più o meno a distanza.
Nella (pseudo)trasparenza del mondo di oggi, le organizzazioni si confessano sul web: delle donazioni non si spreca nulla, e ci dicono candidamente che una parte dei fondi raccolti serve per finanziare la struttura organizzativa e la stessa ricerca fondi (come a dire: donate, donate, così che io possa continuare a chiedere donazioni...).

Ma torniamo all'altra sera. Intorno alle 20,00 abbiamo capito da quale parte entrasse il pubblico (nell'attività di volantinaggio che continuavamo a fare, abbiamo a un tratto incrociato una donna che si stava recando proprio lì: l'abbiamo seguita...). Ci spostiamo così al numero 31 di via Verdi, dove la RAI, avvertita, aveva deciso di spostare l'ingresso di vip e pubblico per evitare problemi.
Siamo ora fuori dagli studi RAI ...
Il pubblico italiano entra, senza particolari problemi. Un gruppo di donne nigeriane – elegantemente vestite e accompagnate da bambini e giovani uomini – discute per dieci minuti buoni con un 'addetto alle entrate'. Forse il controllo dei nomi stranieri, così difficili da pronunciare e trascrivere, richiede più tempo ... C'è una famiglia del sud-est asiatico. Qualche giovane coppia congolese, e qualche volto latino-americano...
Gli stranieri che fanno parte del pubblico-dello-spettacolo-umanitario sembrano numerosi.
L'attesa di un pubblico 'multietnico' ha avuto così le risposte attese: qualcuno li ha messi in contatto con i cittadini stranieri, fatto compilare le schede, e loro hanno aderito con convinzione all'iniziativa. Non poteva essere altrimenti (è questa anche l'egemonia culturale, che si insinua, seduce, convince). E noi, ostinati, continuiamo a pensare qualcosa di diverso, a sostenere che tutta l'operazione – compresa quella del reclutamento del pubblico – sia complice di una intollerabile semplificazione, di una spettacolarizzazione di problemi e sofferenze serviti su un piatto per essere consumati in fretta (altra è l'informazione, e diversa la sensibilizzazione che vorremmo). Sullo sfondo l'idea di una ricerca fondi (come non sospettare che giunga, inevitabile, l'appello a inviare un sms solidale?), a dir poco grottesca nelle sue strategie, che chissà se solo per un caso giunge poco prima di Natale.
Una precisazione rispetto alle notizie che circolano sul web da ieri sera (Radio Città del Capo, http://radio.rcdc.it/archives/mission-ci-sono-le-prime-proteste-128996/):
La mobilitazione non nasce su iniziativa della Croce Rossa Piemonte, Ente del tutto inesistente ... L'iniziativa nasce da un gruppo di associazioni, cooperative, comitati e coordinamenti locali. Nessuna adesione da parte della Croce Rossa (italiana o internazionale) né di altri grandi Enti gestori della "crisi umanitaria".

Prossimo appuntamento: 2 dicembre 2013 alle 19:00, per una lezione all'aperto in via Verdi 31 a Torino, salvo neve, pioggia o altre intemperie.

 

Comitato No The Mission, Costituito da cittadini e:

Associazione Frantz Fanon
Associazione Mosaico
Associazione Almateatro
Comitato ex-Moi
Coordinamento Non solo asilo
Cooperativa Sociale Progetto Tenda
Cooperativa Esserci
Coordinamento Psicologi e psicoterapeuti piemontesi, Cppp
Gruppo Abele
Gruppo di ricerca Isku Xir
Il Piccolo Cinema - Antiloco
Officine Corsare
Studenti Indipendenti, SI
Unione culturale Franco Antonicelli, UC
Ufficio Pastorale Migranti, UPM


 

Dalla Tragedia alla Farsa

Da mesi corre l'anticipazione di un programma televisivo che RAI 1 ha realizzato con l'UNHCR e l'organizzazione non governativa INTERSOS (che dall'UNHCR è finanziata in molti progetti di emergenza) nei campi profughi.
Il programma (The Mission) sarà presto sugli schermi, il 4 e il 12 dicembre.
Le voci e le facce di "personaggi popolari familiari al pubblico di RAI 1" (Comunicato dell'UNHCR, 4.9.2013) ci condurranno per mano dentro una realtà drammatica quanto ignorata: quella dei rifugiati, della violenza dalla quale sono fuggiti, dell'incertezza nella quale continuano a vivere.
Come far comprendere tutto questo? Saranno i volti dei vip (Emanuele Filiberto di Savoia, Michele Cucuzza e Barbara de Rossi, Albano e altri ancora) a guidare il "grande pubblico" nei campi della Giordania, della Repubblica Democratica del Congo, del Sudan.
La notizia ha generato stupore e irritazione. Prese di distanza sono arrivate da volontari di Intersos, sospetti sono stati espressi sull'ingresso irregolare delle telecamere in Congo, e circa centomila firme sono state raccolte per impedire che venga trasmesso un programma di dubbio gusto, e di ancor più dubbia utilità per i profughi e i rifugiati.
Hanno rifiutato di mostrare un'anteprima del programma. Hanno ignorato l'interrogazione del Presidente della Vigilanza RAI, Roberto Fico, sulla sua opportunità. Nulla sembra poter fermare un dispositivo di fund raising di queste dimensioni ...
È l'ennesima spettacolarizzazione del dolore, costruita con sapiente estetica televisiva. Un'altra espressione dell'industria umanitaria, la stessa che al silenzio di morte dei droni fa seguire poi interventi a favore dei rifugiati. È una retorica intollerabile, scandita da slogan grotteschi, o da giochi interattivi come quelli proposti sul sito dell'UNHCR ("Partecipa a Way2 Escape, e scoprirai i pericoli che deve affrontare un cittadino, in fuga dal suo paese a causa di discriminazioni politiche, religiose o razziali").
Le parole del direttore di INTERSOS Marco Rotelli ("La causa ci è sembrata più importante dei rischi di una simile operazione") suonano sinistre. Immagini e storie come queste non possono, infatti, essere raccontate o avvicinate senza "rischi" ai volti dello spettacolo, della canzonetta, odi un rampollo con pedigree reale. Ma i rischi bisogna correrli, sostiene testardo il sig.Rotelli, in nome della "causa". Quale?
Le ragioni di questi disastri e di questo dolore sono state in questi anni sistematicamente taciute, le complicità non consentono di dire del fiorente mercato nutrito oggi dalla retorica dell'emergenza e degli interventi umanitari. "Dar voce ai rifugiati" significa ben altro: riconoscere i loro diritti elementari, e denunciare gli interessi che alimentano le guerre per i diamanti in Congo, le risorse energetiche in Iraq o il mercato dell'oppio a Kabul...
Martedì 26 novembre, alle ore 18.00, un presidio organizzato dal COMITATO NO THE MISSION manifesterà dinanzi alla sede della RAI per dire il suo "NO!" all'ennesima pornografia della sofferenza.
La settimana successiva saranno promossi presso l'Università (Campus Luigi Einaudi) incontri per discutere della condizione dei rifugiati (a Torino e altrove) e dei problemi dell'industria umanitaria.

Comitato No The Mission – Associazioni, comitati, cittadini 


 Anche l'Associazione Frantz Fanon ha aderito alla petizione promossa da Andrea Casale su Change.org/nomission

FIRMA ANCHE TU LA PETIZIONE!!

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A metà novembre 2013 98 mila firme per dire no al programma Mission sono state depositate qualche giorno fa in Commissione di Vigilanza Rai da Andrea Casale, promotore di www.change.org/nomission per chiedere di non mandare in onda su Rai Uno il reality sui campi profughi africani, previsto per questo dicembre.

Ecco la dichiarazione del Presidente Roberto Fico: "98 mila persone non vogliono che la Rai trasmetta il programma, che intende raccontare le condizioni di vita disperate di chi fugge da guerra e povertà attraverso anche la presenza di personaggi del mondo dello spettacolo.

Mission è un esempio di tv del dolore che spettacolarizza la sofferenza, inadeguato a mio avviso agli obiettivi che il servizio pubblico deve perseguire nell'intento di formare e sensibilizzare l'opinione pubblica. Nessuna censura, solo una profonda e ampia riflessione sulle modalità di trattamento di temi così importanti.

Non credo onestamente che sia mai successa prima una cosa del genere. Quasi 100 mila persone hanno detto chiaramente di non volere questo tipo di trasmissioni, dato il ruolo importante di agenzia culturale che la Rai ricopre e che i cittadini reclamano a gran voce.

Queste firme ora diventano patrimonio della Commissione di Vigilanza Rai. Il documento è stato protocollato e portato all'attenzione di tutti i deputati e senatori che fanno parte della Commissione.

Vi avevo promesso che avrei tenuto alta l'attenzione su questo tema e continuerò a farlo.

Vogliamo Informazione, non lacrime."


 

L'associazione Frantz Fanon, "incredula" che organizzazioni come UNHCR e INTERSOS abbiano sostenuto l'idea di realizzare "The Mission", allega loro comunicati stampa.

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